lettera a una tifosa della juve


acr(alla gentile signora tifosa della Juve che pochi minuti dopo l’inizio della prima partita del trofeo TIM, che vedeva di fronte i due squadroni più titolati d’Italia, ha chiesto ai ragazzi dietro di me, se potevano mettersi a sedere perché lei era la prima volta che veniva allo stadio e voleva vedersi la partita comoda)

Gentile signora, la risposta che le è stata data non è stata forse da gentleman nel tono, ma nemmeno da maleducati. Non so se lei ha capito ma non credo, visto che, parole sue, era la prima volta che entrava in uno stadio.
A casa nostra noi stiamo in piedi‘.
Proverei a spiegarglielo il significato di questa frase.
Noi, i mille, millecinquecento, poco più poco meno, non importa, che eravamo in piedi a sventolare bandiere di una squadra che non avrebbe giocato, in quello stadio ci abbiamo passato tantissime ore. Abbiamo preso l’acqua, preso gol, tirato insulti, perso tonsille, sudato e sofferto, gioito poco, vinto meno, ma in quello stadio, in quella curva, ci siam cresciuti, alcuni ci sono nati, sportivamente parlando. Per frequentare uno stadio, non abbiamo aspettato un torneo agostano in diretta tv. Per farlo abbiamo speso soldi (si figuri che alcuni li hanno spesi per contribuire a costruirlo, quello stadio) ma questo è il meno, abbiamo negoziato con moglie e fidanzate ore libere, conosciuto gente, stretto amicizie, fatto casino a volte, ma niente di particolare.
E mi raccomando, scacci subito immagini di delinquenza e etichette ‘ultras’.
Siamo (uso il plurale maiestatis, un vezzo, mi perdonerà) gente tranquilla per la stragrande maggioranza, due urlacci li facciamo dagli spalti, ma alla domenica a pranzo mangiamo i tortellini in famiglia. Siamo provinciali, ‘strapaesani’ come ci ha definito il ‘Corserone’ nelle colonne dello sport.
Lei, semplicemente, non può capire. E, davvero, la ringrazio per essersi poi messa in piedi a vedere la sua partita, accettando l’incomprensibile. Tanto, a sedere, avrà visto la partita dopo, che noi eravamo usciti perché quello che dovevamo dire, o mostrare, l’avevamo già fatto.
Abbiamo occupato pacificamente un posto che noi sentiamo nostro, per gridare che no, noi non dimentichiamo cos’è quel posto per noi. Una specie di dimostrazione politica.
Surreale sa, andare allo stadio per non vedere la partita. Quella non ci interessava. Si figuri quanto siamo strani. Abbiamo pagato quindici euro per non vedere una partita e al quarantesimo minuto siamo usciti. E già questo, lei, a mio modesto parere, fa fatica a comprenderlo. Lei, probabilmente, se la sua Juve non vincesse lo scudetto per tre quattro anni – boh, metta che la Fiat vada a male o che ne so (è solo un esempio, non una gufata) – non passerebbe un sabato sera d’agosto a vedere il calcio, andrebbe con la sua famiglia a mangiare una pizza.
Perché, con tutto il rispetto, ci mancherebbe, e spero lo abbia notato che non c’è stato un coro uno contro le squadre scese in campo perché, ovviamente, non era quello il nostro punto, il suo calcio è diverso dal nostro.
Il nostro fa rima con identità, orgoglio ed esserci, più spesso possibile se non sempre, anche in una serata così, sportivamente inutile per noi, sfilando in corteo e poi tifando per una squadra che lei magari non sa nemmeno che esiste o che il ragazzino spocchioso suo vicino di posto ha definito ‘sfigati’.
Bé, la nostra squadra esiste. Noi l’abbiamo rappresentata ieri sera. Fa la Lega Pro con risultati ridicoli da anni ma soprattutto esiste nei nostri cuori e nei nostri ricordi, sia che arrivi prima (quando mai) sia che, come capita spesso, arrivi fra le ultime.
Si chiama anche stare in piedi a vedere la partita appunto, si chiama non gradire un modo di vedere il calcio che sì, ha già vinto, ma che si può non accettare, o perlomeno discuterne l’essenza, spesso priva di valori etici e di radici locali, in un impeto di romanticismo sterile, passatista e assolutamente perdente, ma che preferiamo all’aridità di conferenze stampa dove si parla di ammodernamento delle tribune vip, sinergie e di ‘i tifosi accetteranno‘.
Un sentimento che nasce dal basso e non entra nella contabilità dei trofei vinti.
Si può non essere d’accordo con una narrazione dove importa solo essere là sopra, solo vincere, dove conta il ‘top‘, parolina tanto odiosa quanta abusata da media e tifosi ‘vincenti’ per segnalare l’importanza del loro prodotto.
La nostra narrazione è diversa da quella comune, quella appunto che vince, quella per esempio che oggi, sulle colonne del quotidiano sportivo più importante, ci dedicava quattro righe che contenevano una inesattezza e una balla clamorosa. Anche questo, per dirle quanto siamo poco importanti.
Però, le ripeto, quei gradoni dove lei voleva ci sedessimo, noi li sentiamo come una seconda casa, appartengono a noi e nessun imprenditore con tanti soldi quanta scaltrezza (le risparmio la storia delle modalità con cui una multinazionale, col plauso di istituzioni immobili e il silenzio di imprenditori locali, ha acquistato dal curatore fallimentare lo stadio) ce li potrà mai togliere.
Per il resto, spero si sia divertita, anzi ne sono certo. Di sicuro, più di tanto non l’abbiamo disturbata, lei la sua partita l’ha vista.
Ci scusi per un paio di vaffanculo a gente che se li è meritati e la finisco qua.
E chissà, magari ha sentito un briciolo del nostro sentimento, paesano e sorpassato oppure resistente e sempre emozionato, un sentimento positivo, comunque e magari le è scappato un sorriso, magari ha pensato ‘Bé, strani ma forti e colorati sti tifosi della Reggiana‘.
La ringrazio della pazienza e a presto.
(foto: FB, FaceRegia

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